mar

19

mag

2009

Trascendere

I sentimenti sono una bella cosa, e tutti vorremmo essere felici e contenti, sempre. Ma le cose non vanno così. Poiché il nostro piano di realtà è fondato sul dualismo dialettico, se vogliamo essere felici in qualche momento, dobbiamo essere infelici in qualche altro momento. E così, per tutti i sentimenti, come odio e amore, ecc., non c’è possibilità di scelta: o si accetta la coppia intera o ci tocca respingere l’uno e l’altro membro.

          Invece noi ci illudiamo di poter scegliere la parte migliore, lasciando perdere la parte peggiore. E sogniamo di stati, di paradisi o di Iddii in cui ci sia solo il bene, la felicità e l’amore. Viviamo sotto il segno e il regno dell’illusione, dunque dell’ignoranza.

          Gli uomini assomigliano a quei cani che inseguono inutilmente una lepre finta o a quei somari cui si mette davanti una carota che non raggiungeranno mai. Il potere di Maya, la dea dell’illusione, è questo. Pare incredibile che il mondo non se ne accorga. Eppure noi corriamo tutto il giorno come quei cani o quei somari per afferrare qualcosa che ci sfuggirà sempre.

          Come uscire da questo stato di cose? Prima di tutto bisogna rendersene conto, ossia dobbiamo capirlo intellettualmente e realizzarlo nell’esperienza di tutti i giorni: è così. E poi bisogna attivare lo stato d’animo che ci permetta non di finire nel pessimismo, ma di uscire dal dualismo e di comprendere a fondo che cosa vogliamo, lo stato cui tendiamo – uno stato al di là delle coppie di opposti, anche di quelle di felicità e sofferenza, di vita e di morte.

          Non si tratta di sognare paradisi utopistici o ultraterreni, cui si contrapporranno sempre altrettanti inferni, ma di tendere a una condizione al di là sia del paradiso sia dell’inferno.

          Le religioni ci impongono di credere a qualcosa che sarà verificato (se va bene) solo dopo la morte, e dunque potremmo perdere il nostro tempo inseguendo sogni infondati. Non così la meditazione che ci invita a provare per credere, a sperimentare qui e subito che cosa sia un tale stato di trascendenza, cioè l’uscita dal dualismo mentale. Come fare?

          Dobbiamo sfruttare le interruzioni naturali dell’attività mentale, tra un pensiero e l’altro, tra un’immagine e l’altra, tra uno stato d’animo e l’altro, e dilatarle il più possibile. Possiamo ripetere l’operazione a ogni istante; non c’è bisogno di posizioni particolari. Dobbiamo solo essere consapevoli in questi momenti di discontinuità, di vuoto, della mente. Lì ci troviamo già al di là del piacere e della sofferenza, della vita e della morte.

          Da principio si può rimanere delusi dall’esperienza, perché ci aspetteremmo visioni o stati straordinari, che però sarebbero ancora prodotti dalla mente. No, la prima esperienza è di vacuità – una vacuità che tuttavia è consapevole. Poiché la mente ordinaria e ferma, non ci sono apparizioni particolari. Non c’è esultanza, ma non c’è neppure paura o ansia. C’è conoscenza, c’è consapevolezza.

          La mente si difende da simili tentativi perché lo svuotamento sarebbe la sua fine, e quindi si oppone con la sua capacità proiettiva, con le sue mille distrazioni; e riecco i pensieri, le immagini, le fantasie, i progetti, ecc.

          Per aver successo nell’operazione dobbiamo utilizzare ogni forma di frattura, di fessura, di crepa, di interruzione della continuità mentale. È come una finestra che segna l’interruzione del muro e apre al cielo, allo spazio al di là. In realtà ogni forma di concentrazione senza oggetto (e senza soggetto) è la via giusta.

 

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