mer
24
giu
2009
Esistono due forme di meditazione, che possono essere due fasi di una stessa pratica: una che potremmo definire analitico-filosofica e un’altra che potremmo definire di assimilazione. La prima utilizza l’analisi, l’esame, la ricerca e tutti gli strumenti delle conoscenza e della cultura, la seconda si limita ad assimilare il risultato di questa indagine stabilizzando la mente su di esso. Per esempio, se vogliamo indagare sulla natura ultima delle cose e del sé, che secondo il buddhismo sarebbe la vacuità – ossia la mancanza di un’essenza intrinseca e l’interdipendenza di tutti i fenomeni –, possiamo farlo innanzitutto con la ragione analitica e con tutti gli strumenti conoscitivi a nostra disposizione. Ovviamente è difficile giungere a una conclusione definitiva, perché bisogna soppesare ogni elemento, e i pro e i contro. Ma, dopo aver ricercato in questo modo, occorre rivolgersi all’esperienza: non bastano le conclusioni raggiunte dagli altri. Qual è la nostra esperienza? Ecco il punto in cui si passa da una meditazione all’altra, da una fase all’altra. La nostra esperienza ci dice qualcosa che dobbiamo assimilare. Se la realtà ultima è la vacuità (come afferma anche una parte della scienza), dobbiamo in un certo senso percepirla e farla nostra; dobbiamo in altri termini sperimentare questo vuoto, questo nulla, dentro di noi – per esempio cercando di fare il vuoto dei pensieri e degli stati d’animo. È qui che la meditazione diventa assimilazione ed esperienza; è qui che abbiamo la prova definitiva.
Quello che voglio dire è che non dobbiamo basarci né sul sentito dire né sulle opinioni altrui né sulle teorie filosofiche né sui cosiddetti “testi sacri” né sulle varie autorità religiose o filosofiche (lo dice lo stesso Buddha – il che lo differenzia da tutti gli altri maestri spirituali che spingono a una fede acritica), ma sulla nostra stessa esperienza. Solo quando la nostra esperienza ci dice che una certa cosa è vera, dobbiamo accettarla; solo quando ne abbiamo una convinzione profonda, dobbiamo accoglierla. In tutti gli altri casi dobbiamo o respingerla o sospendere il giudizio. Ora, la meditazione serve proprio a sperimentare una realtà al di là delle varie opinioni e dei vari stati mentali. Dopo aver tanto pensato, soppesato e riflettuto, sospendiamo la funzione analitica e ricorriamo all’esperienza. In tal senso si può parlare di realizzazione nel suo duplice significato di comprendere sperimentando o di sperimentare comprendendo.
Talvolta ci sembra di essere vicino a un’esperienza, ma poi essa ci sfugge. In tal caso, bisogna ritornare alla meditazione analitica e poi di nuovo a quella di assimilazione, e così via, da una fase all’altra – fino a raggiungere una ragionevole certezza.