mar

14

lug

2009

Essere se stessi

         

Che cosa significa essere se stessi? Ognuno di noi si crede un essere unico e perfettamente autonomo. Ma esaminiamo più da vicino come siamo fatti. Innanzitutto il nostro patrimonio genetico, che influenza non solo il fisico ma anche la psiche, deriva per metà da quello della madre e per metà da quello del padre. Questo significa che non nasciamo come una tabula rasa, ma con una precisa eredità. Poi viene il ruolo dell’educazione (dei genitori, degli insegnanti, dei preti, ecc.) e quello in generale della cultura (ciò che apprendiamo dagli altri, ciò che leggiamo, ciò che apprendiamo dai mass media, ecc.). In sostanza, la nostra mente viene imbottita di una quantità incredibile di informazioni, di idee, di principi, di modi di essere e di modi di agire e di reagire. Quanto meno siamo consapevoli di questa massa di condizionamenti, quanto più ci muoviamo come marionette dirette da diversi soggetti. Crediamo di esprimere delle nostre idee personali, dei nostri punti di vista, ma non facciamo che ripetere ciò che ci è stato immesso nel cervello.

          Questo condizionamento non riguarda solo i pensieri, ma anche le sensazioni, i sentimenti e i modi di percepire noi stessi e il mondo. Il fatto di essere nati in Italia piuttosto che in Africa, oggi piuttosto che qualche secolo fa, in una certa famiglia anziché in un’altra, con una certa cultura anziché con un’altra, ecc., fa un’enorme differenza. Perfino nei comportamenti più intimi, nei sentimenti che sentiamo più ‘nostri’ (l’amore, l’odio, l’autostima, ecc.) penetrano sottili strati di condizionamento, qualcuno così profondo che non riusciremo mai nemmeno a definirlo.

          Chi sono allora io? Qual è il mio vero sé? A quali condizioni è più autentico? Quali sono le esperienze che lo hanno formato? Ed esisterebbe al di fuori di questi condizionamenti e di questi deformazioni? Possiamo scavare finché vogliamo, possiamo fare tutte le autoanalisi o le psicoanalisi che vogliamo, ma la ricerca potrebbe durare intere vite e non giungere mai a una conclusione. Non è infatti possibile conoscere tutte le condizioni e, in ogni caso, al di fuori di queste condizioni che cosa rimarrebbe? Io, il mio ‘ego empirico,’ è esattamente ciò che risulta da tutte queste condizioni. Se le togliamo ad una ad una, che cosa rimane? Se togliamo l’ego concreto, determinato storicamente, psicologicamente e socialmente, che cosa resta?

          Potremmo definirlo un nulla, e tuttavia questo nulla che rimane non è la mancanza di ogni cosa, ma è esattamente il nucleo più profondo del mio sé, la mia essenza, l’anima; ed è ciò che trovo quando abbandono i pensieri, gli stati d’animo, le preoccupazioni, le fantasie e tutte le operazioni della mente tranne quella del riconoscimento di me stesso. Se la mia anima è un nulla, questo nulla è pur sempre un qualcosa; e non una cosa qualsiasi, ma un ‘essere ciò che si è,’ un ritorno a casa. Non è ciò che posso credere ora, con questa mente, ma la mia essenza, il mio vero sé. È una spoliazione dei dati empirici che lascia un nucleo nudo.

 

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