dom

09

ago

2009

Il "religioso"

Rispondendo a un gentile commentatore, devo ammettere che la distinzione fra laico e religioso è molto generica. Il problema è definire che cosa si intenda per "religioso". Ma qui si scontrano appunto due concezioni: quella di chi considera religioso il seguace di una religione prefabbricata e quella di chi considera religioso colui che ricerca il significato profondo della vita, che non è detto sia quello dei religiosi di professione. Il primo è un conservatore, un tradizionalista, un ritualista; il secondo è un ricercatore, un esploratore, un innovatore. Il primo crede che la verità sia già data dalle formule teologiche, il secondo crede che la verità debba essere cercata personalmente nella propria interiorità e anche fuori. Il primo si accontenta dei riti e delle prescrizioni delle religioni istituzionali, e crede che sia tutto lì; il secondo lavora a sviluppare la propria consapevolezza.

            A essere buoni, si potrebbe aggiungere che questa distinzione esiste in tutte le religioni, fin dalle origini. Ma coloro che parlano e prevalgono nelle religioni istituzionali sono uomini mediocri, pseudoteologi che rimasticano le idee altrui e che non hanno più niente in comune con i grandi fondatori. E questi sono i religiosi con cui abbiamo a che fare, qui come nell’islam o nel giudaismo o nell’induismo. Per questo siamo in uno scontro di civiltà...o di inciviltà.

            San Tommaso, il grande teologo cristiano, sul finire della vita ebbe un’illuminazione, ossia un’esperienza personale e profonda di come stanno le cose, in seguito alla quale disse: “Tutto quello che ho pensato non è che paglia!”

              

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